Rannicchiato al sedile, occhio vigile e scatto pronto, ora è nuvolo e piove, ora è sole e sudore, Holbox e Chiquilá, Cancún non ci avrà, lo sguardo vaga, spazi infiniti, bellezza e povertà, i bambini si rincorrono sull'asfalto bruciato dal sole, polvere e sete, il grande caldo, le notti insonni, carta frusciante e dimenticata, l'uomo mi guarda sorpreso sarà lì da chissà quante ore e non si era accorto di nulla, credo gli occhi si velino di pianto, raccolgo e pongo nelle sue mani, corro, perdo il mio pullman, non ha neanche il tempo di ringraziare, stupito, roseo adesso in viso, e la borraccia regalata al bambino, e quell'altro e il cappellino, annaspo, inciampo e cado, pietre roventi, tagli alle mani, e urla e imprechi, la notte scorre nel nostro sudore e la ragazza sul tetto ha scelto l'indigeno, la spagnola mi insulta e la cilena mi indica la galleria d'arte moderna, dove sei, dove sei, tienes una maleta azul? Fucile imbracciato e lupo sul sedile, no señor no tengo frutas, no ho solo fatto due tiri a una canna che non era da zucchero, quest'ananas così dolce e le fritture di strada, i mille rivoli di buccia d'arancia o limone, i ragazzi assiepati e in fila con le uniformi colorate e le bande e il cesso che viene da piangere, le misture del farmacista e il lago, la ragazza della reception e gli occhi nel buio, stanco spossato, non ne posso più di questa lingua e neanche due bustine sortiscono l'effetto sperato, turbine, il sale, le pietre, le monete, la moneda, il pavimento gira, l'università e il cinema, quell'improponibile cappellino con la scritta viagra, preda delle sue follie, scatto il tango e affondo el tenedor, chissà chi siamo e cosa portiamo, veniamo da lontano, andiamo lontano e le scatole non le aprono mai, voglio distendermi al sole, sentire la brezza marina, baciare le tue labbra e dire che ce l'ho fatta, por fin te he encontrado e adesso che il viaggio è finito, possiamo ricominciare a viaggiare.
dei miei viaggi, dei miei sogni...
un resoconto, un perpetrare i viaggi, il non lasciare morire i ricordi, la necessità di viaggiare ancora, il desiderio di un biglietto senza ritorno...
14 giugno 2013
07 maggio 2013
La biscia striscia
Capita, che ci si immagini qualcosa che puntualmente si materializza... la biscia striscia, veloce, improvvisa, facendomi schizzare l'adrenalina, detesto tutto ciò che striscia, provo ribrezzo e in qualche caso paura pura, schiaccio quaranta oggi, lo so, il passo già veloce diventa frenetico, ho fretta di lasciarmi la biscia alle spalle... le africane in attesa come sempre mi invitano, detergo il sudore con la mano e proseguo imperterrito la mia corsa, a tratti il sentiero stringe, quasi una morsa di facile agguato, il crociato strappato che urla il suo dolore al cugino del destro, menisco e sovrappeso, non sono più gli anni dei diecimila, i ventuno, nè tanto meno i quarantue e centonovantacinque... fatico, sudo e impreco e le immagini si sovrappongono, l'espediente dei pensieri che travalicano nel sogno, ma oggi devo stare attento, scruto le pietre ad un passo da me con il timore di ciò che mi lascio alle spalle... il ritmo accelerato, il cuore all'erta, c'è sempre il ritorno e la farfalla improvvisa sussulta al cuore e alle gambe... poi c'è la gimkana tra condom e fazzoletti usati, e lì ad un passo i bambini fanno festa tirando calci a un pallone... picchia il sole dove un tempo fiorivano lunghi capelli e tace il fiato e d'improvviso, il rettilineo finale, in leggera salita, stiracchio tendini e muscoli e reintegro i sali, quel benessere diffuso che implode alla cervicale... aria calda ed esercizi rubati al web, infine antinfiammatori... le scarpe cedono in punta ed ospitano il risultato baropodometrico, inutile probabilmente a distanza di sedici, diciassette o diciotto anni... provo l'inganno che a tratti sortisce l'effetto sperato, si va avanti tra espedienti sempre diversi, il corpo si inganna e recita ancora, resiste, insiste, e il maledetto gonfiore che non desiste, persiste e m'affanna e m'indigna... di solo frutti e tè verde a pizzichi di canna, di sbrachi sottili al gusto cioccolata, e ripieghi forzati. La vipera infine è morta, non mordeva più, porterà con se i mille segreti che marciranno con lui nella tomba, invero avrei preferito altre dipartite... se tu mai dovessi incontrarlo, comunque, che non si sa mai... dagliene uno anche per me, bello forte ti raccomando, sulla gobba magari, chissà che vengano fuori tutte le agende trafugate...
12 aprile 2013
Not one word
Di tempo e di giorni, che di parole no, dello scrivere e del bloccarsi, del silenzio e degli sguardi, quell'immagine, sovrana, le notti gelide, lì nella terra, quell'immagine finale scolpita nella mia mente, sbuffi e lamenti e poi il nulla, di non riuscire a scrivere se non per ricordare che non si può dimenticare, costretti e oppressi dentro un'immagine e uno stato, che sembra un'idiozia di volerne parlare, o volere parlare d'altro, o lasciarsi andare ad altre sensazioni e menzionare di amori e benefici e stati d'animo, io non ci riesco, l'assenza che percepisco come costante presenza che mi induce alla rinuncia, il dolore sordo e il grido trattenuto, che non ho neanche voglia, che la parola resta muta e le lacrime recitano nella notte, che poi passa, dicono, ma spesso quelli che lo dicono non sanno cosa sia un'assenza, e intanto scorre il cielo e piove, se non lì fuori dentro di me.
31 gennaio 2013
E' tornato il sole
Quella piccola ragnatela in basso a destra potrebbe deflagrare... che zelo, che onestà, certo sapere che a volte chiude gli occhi mi indispettisce, ma forse soltanto perchè stavolta non lo fa con me... bruciano trecento euro che occorrerà spendere, tutto qui, in questo momento di crisi... la crisi al mio portafoglio va avanti già da diversi anni, tutti quelli che non hanno conosciuto viaggi... ma è giusto così, non posso esimermi e poi sedici mesi sono più che sufficienti per sottrarsi alle regole, se non esistessero gli svedesi non mi troverei in questa situazione... e poi bolli, tasse, fantomatici abbonamenti a visioni non richieste, cambiare la denominazione no? Tassa sul possesso, d'accordo, ma cancelliamo gli acronimi... intanto fioccano proposte e regali, regali si fa per dire che poi tocca sempre agli stessi pagare... per fortuna certe pause ristorano, gratificano ed emozionano, perchè ancora ne siamo, per fortuna, capaci, ricchi piatti, le foto, le risa, candelabri in fumo e piercing edilizi, ansie e paure e voli pindarici... le mani che si fondono e gli occhi che si ritrovano, e poi è tornato il sole.
09 gennaio 2013
Sindrome influenzale...
La piccola mousse al bicchiere con le nocciole pralinate, il cremoso al cioccolato e il pan di spagna eletto, io vedo la luce gialla, è la febbre che inesorabile sfiora i trentanove gradi, i piccoli bambini del girotondo di carta della mia infanzia volteggiano ancora sull'armadio, non è quello dei miei genitori, non è il loro letto dal quale il mio sguardo si perdeva in un infinito corridoio inondato di luce gialla... e poi le stringhe che mi legano si sfibrano, ma sono molteplici, e il cortile della scuola elementare e i ragazzi e le grida, le allucinazioni, le visioni, ci gioco su un po' e quasi intimorisco lei che mi assiste tenera e premurosa, dopo anni di cure solitarie, una notte accanto conforta, e il mattino lascia storditi e increduli, piccoli sommovimenti e quello strano dolore allo sterno, il medico insiste perchè faccia un elettrocardiogramma in presenza del dolore, difficile direi, considerando le attese del pronto soccorso e gli improbabili appuntamenti, anche a pagamento, da qualsiasi cardiologo di turno, non me ne curo in verità, conosco bene quel dolore, sono anni che ci convivo, ma se si ripresentasse terrò in considerazione il consiglio... capita che la malattia sopraggiunga in uno dei momenti più intensivi di ogni mio anno lavorativo, una consegna urgente e irrinunciabile mi costringe a saltare giù dal letto e protrarre la normale giornata di lavoro saltando anche il pasto, succede, mi rinfranco nei suoi occhi, anche se velati da un'improvvisa prova del contagio, e per pochi minuti rubati al suo pomeriggio di lavoro, la frangetta birichina e il suo dolce sapore, il caffè in offerta per mia madre, i libri regalati a mio figlio, il discolo con i riccioli arruffati sveglio da pochissimo che rilascia un lieve sorriso al mio solletico ai suoi piedi... e quella chiave da allungare, il balsamo preso per shampoo e il gel per la barba, dopo una giornata non se ne parla ancora di cenare ma lo stomaco non reclama, l'aglianico del vulture macchia il vetro del bicchiere e gli spaghetti alla fine saltano nel sugo di pomodoro e spariscono sotto una coltre di grana grattugiato, riprendo a leggere speditamente e il secondo dell'anno sta per terminare, sarò più attento, più preciso e puntuale, un ultimo pensiero avvolge la lampadina e sfuma e spegne, e che non mi svegli tanto presto e che possa riposare e che domani si stia insieme.
03 gennaio 2013
Del fuoco che arde
E sono musiche a sfiorare il cuore e luoghi nella memoria, e il volto di mio padre, e le tue lacrime da asciugare, e le strade che percorreremo e le nostre mani unite, e i tuoi sguardi sgomenti e le mie domande stupide, e la solitudine delle notti e le colazioni insieme, e ancora musiche e viaggi, e cieli e mare, e pioggia e vento, e le mie lacrime da consolare, i tuoi capelli da asciugare, e vino e cibo, e saltimbanchi, e voli e slanci, bambini in festa, e sabbia e terra, e sole e neve, e le tue lacrime da capire e i miei capelli da disegnare, e frasi e canti, e le pagine dei libri, e le immagini al grande schermo e le parole, e le risate improvvise della notte e il rimmel sciolto dalle lacrime, e la paura di cadere e il bisogno di tornare, lo sguardo assente di mia madre e le grida allegre dei bambini, il buio di una stanza e il solito rifugio, l'immaginazione e il crollo della diga, le urla del deserto e la rosa di Atacama, l'alcol nelle vene e il vecchio palafreniere, le patate lesse e il mitico fagiolino, com'è vero che non voglio restare da solo a contemplare, che non voglio avere niente ed è già più di tanto, che i giorni se ne vanno via e la strada è ancora lunga, dei desideri umili e della cattiveria umana, delle incomprensioni e del vivere bendati, della libertà di agire che spezza le catene e ricomincia a sperare, di larghe vedute e orizzonti lontani, del fuoco che arde e della bottiglia finita.
18 dicembre 2012
Questo vento
Il cielo si dipinge di un nero intenso, sorprendentemente tratti di blu, e il vento, che sferza il viso, che provoca fastidio, il vento, un vento tiepido che sa di mare e sabbia, che sa di pioggia, le mani nelle tue, gli occhi negli occhi, un vento che sa di tropici, odora di canne intrecciate e sorrisi smorzati, di pioggia improvvisa e grandine e poi ancora squarci di sole, di grano cotto, di effluvi e aromi, la vaniglia nell'aria e il cioccolato temperato, di baci, di appartenenza, di amore, di un anno faticoso e intriso di gioie e dolori, di tristezza e allegria, di bambini e di uomini che sono andati via, di qualcosa che sai non potrai fare mai più nella tua vita, di timori, errori, ansie e tormenti, di riflessioni, considerazioni, passioni e sentimenti, di cose che non si potranno dimenticare e di avvenimenti attesi, di abbracci, slanci, e conferme, e il vento aumenta e tira forte, spazza le strade e sradica alberi, fa danni e si placa, riprende furioso, impetuoso, non risparmia niente e nessuno, si porta via anche le lacrime.
16 dicembre 2012
Parlo con me
Mi tiro il lenzuolo sul viso, cerco di chiudere gli occhi, dormire, le lacrime scendono lente, a tratti un singhiozzo, ho freddo, mi agito, vorrei sdraiarmi sulla nuda terra, toccare ancora il suo viso e percepirne l'odore, mi è presa così oggi, è tutto il giorno che non riesco a scacciare il pensiero, ma perchè scacciarlo poi? Rivedo gli ultimi istanti, le lacrime intorno, il suo viso, il colore, e poi gli occhi chiusi per sempre, oggi è così, non ce la faccio, sento che lui è ancora lì nel suo letto, che mi osserverà stanco dopo l'ennesima iniezione, che accennerà un sorriso e ancora potrò tenergli le mani, non riesco ancora a convivere con il dolore.
14 dicembre 2012
Di progetti non ancora del tutto...
E sono certi sogni, e certi pensieri, che lui ancora sia qui, la fatica, la voglia di non scrivere, tuffo lo sguardo nel vino e assaporo l'arancina, mi sento così rilassato, è un bel vedere, un bel sentire, i bimbi che fanno festa e la tua mano, i tuoi occhi, momenti intensi e irrinunciabili, e sogni, e lampi, e sole, e giorni, e libri, e film, e cibo, e amici, e questo lavoro che non soddisfa, e pensieri di andar via, i soliti flash, rigurgiti, il desiderio del viaggio che torna, le prossime festività e il fastidio, ma sono giorni, questi giorni, immensi, il piacere di stare insieme, il desiderio di crescere, gli sguardi, i sentimenti, la vita che scorre, le sorprese, gli anni, i cambiamenti, i dolori, le pagine dei libri, l'amore, dalla lucina sul tetto è stato un crescendo, piccoli tesori di inestimabile valore, di progetti non ancora del tutto...
09 ottobre 2012
Carte strappate
Quel qualcosa che rimane, che si tiene
dentro, spariscono le carte, tra timbri, bolli, documenti, non si può
più toccare e pulire il legno così come mia sorella aveva
continuato a fare in questi giorni, adesso lui è ospite, lo abbiamo
accompagnato, nel silenzio spezzato dai gesti bruschi e gli strilli
degli addetti ai lavori, un'altra scena pietosa che non ci si è
potuti risparmiare, e poi ancora timbri e carte e firme, e
comunicheremo all'agenzia delle entrate che in cinque vi siete
spartiti ben centoquarantottoeuri... lo accompagnavo spesso presso le
banche, per chiedere un ulteriore fido o per farci succhiare il
sangue con le loro agevolazioni, era il commercio che lo imponeva,
erano le società del nord che bisognava garantire, era il suo grande
talento, era tutto quello che adesso mi manca, che era andato via a
poco a poco, in quella mattina di pioggia, mentre correvo sotto
l'acqua e lui si sentiva distante dal suo corpo... ho gettato via le
carte, ogni giorno sempre meno, e conservo i suoi oggetti, le sue
cose, conservo un apricassa per orologi da polso, un orologio da
taschino che lui aveva regalato a mio nonno, una sua cravatta... ed
ogni notte mi agito nel sonno e ripercorro i chilometri insieme,
faccio fatica a ricacciare in gola le lacrime e alcune mattine mi
prende lo sconforto e vorrei che lui fosse ancora qui, a guidarmi, a
consigliarmi, con la sua determinazione, il suo entusiasmo nonostante
tutto, con la sua voglia di ricominciare, con il suo coraggio e la
sua forza, quella incredibile forza che lo ha tenuto in vita ed io
penso che non sia stato un caso, resistere per non complicarci le
cose, non mollare non per se stesso che per se stesso non aveva mai
preteso nulla. Ventuno settembre sole, otto ottobre sole, il mare
vicino e monte Pellegrino a regalargli un po' d'ombra, le facce di
tanti sconosciuti, le lacrime, i destini comuni nelle fosse comuni,
buongiorno, arrivederci, metteremo una foto, il suo nome, ci
rivedremo tra sedici mesi e non sarà ancora l'ultimo atto, e i fiori
recisi marciscono ai bordi delle strade delle quali non riusciamo a
liberarci, neanche un'indicazione, dettagli, e intanto i giorni
riprendono a scorrere che non ci si può fermare.
12 settembre 2012
Pelle e ossa
Pelle e ossa, trovare un punto dove affondare l'ago diventa ogni giorno più difficile, però mi sembra che dopo otto giorni sia più sensibile, sente il farmaco, ha moti di reazione che sembravano sopiti, lo sguardo stanco di chi è davvero stufo, lei si ostina e tiene duro, gli parla, lo incita e tenta come può di fargli ingurgitare medicine e cibi liquidi, sono nati lo stesso giorno esattamente a distanza di trent'anni, hanno un legame speciale, diverso, è stata la prima, e sarà l'ultima a mollare, pensavo non avrebbe superato la settimana, lo dico colpevolmente, l'acqua minerale che gorgoglia nell'umidificatore della bombola d'ossigeno scandisce il tempo, ogni tanto si tira via il sondino, mi tiene le mani mentre gli appongo la mascherina dell'aerosol e vorrebbe che finisse la tortura, lo so, ma gli dico dolcemente che è necessario, come se mi capisse, mi sentisse ancora, osservo le mani, quelle stesse mani che un giorno mentre guidava mi disse assomigliavano sempre più a quelle di mio nonno, ho aspettato tutti questi anni per vedere se anche a me le mie facessero lo stesso effetto... adesso pelle e ossa e silenzio, le piaghe si sono rimarginate ai piedi e al fianco, al fondo schiena è più difficile, forse non faremo in tempo, adesso ancora flebo e ferro e l'acido folico che è rimasto nel cappuccio... il cortisone, il fluidificante... l'integratore ultima speranza, il pensiero corre al suo caffè bollente, la tazzina alle labbra e il compiacimento... ricordi, soltanto ricordi, che non resterà altro, e avremmo potuto, avremmo dovuto... "mia madre è sempre lì che si nasconde dietro ai muri e non si trova mai, e i fiori nella vasca sono tutto quel che resta e quel che manca, tutto quel che hai".
07 settembre 2012
Quel giorno che il Ricceri si incazzò di brutto
Via Maggio, Firenze, a due passi dal ponte vecchio le grandi sale ricolme di mobili, oggetti, quadri, generalmente l'esposizione durava una quindicina di giorni, questo voleva dire sistemare, ordinare, pulire ogni singolo oggetto, appendere i quadri, sistemare le luci... il succhiello nelle mani del Ricceri volteggiava e sondava come un carotatore... l'omaccione dondolava pericolosamente sulla grande scala e poi una volta appeso il quadro ti chiedeva se era dritto... biascicava le parole nel suo dialetto rignanese, imprecando e borbottando in continuazione, burbero, austero e schivo, anni e anni a mandar fuori i mobili, i vasi, le sculture, i quadri... meticoloso, ignorante e presuntuoso, ma efficace e veloce... il lavoro in se non era poi tanto faticoso, a meno che non si dovessero salire grandi cassettoni o sculture pesanti per le scale, il momento decisivo era il giorno dell'asta, quando gli oggetti venivano ammassati, catalogati, preparati in ordine di uscita per il successivo passo, la messa all'incanto, allora si cominciava a sudare, i pezzi "pesi" andavano sollevati anche in quattro e bisognava far presto, essere precisi e non provocare danni, via via i pezzi venivano annunciati dal battitore d'asta, issati sul palco della grande sala che pareva un teatro, e lì si restava in attesa dell'aggiudicazione per poi velocemente avvicendarsi con gli altri... a tratti si "durava fatica", qualcuno spesso smoccolava... e il Ricceri urlava, imprecava, impartiva le direttive e ti dava dell'ignorante... era insopportabile, al limite dell'odio ma sapeva fare il suo lavoro e poi venne quel giorno che di colpo lo ammirai e mi fece quasi scendere le lacrime... eravamo usciti in quattro sul palco portando a braccia un pesantissimo cassettone in legno massiccio, il sudore ci colava dalle fronti e lo sforzo era massimo, il ragazzo accanto a me d'un tratto scivolo forse nel suo stesso sudore trascinandomi nella successiva caduta che inevitabilmente coinvolse anche chi stava davanti... il nostro pensiero era tutto rivolto all'oggetto prezioso, rovinammo tutti per terra ma cercando di salvaguardare il mobile... si alzarono dalle prime file fragorose risate che ci umiliarono, fu un lampo il Ricceri che nella sala attigua scrutava attraverso gli occhiali il grande catalogo e il prossimo oggetto da mandare in asta, si catapultò sul palco e cominciò ad urlare ed inveire contro le persone che avevano riso, gliene disse di tutti i colori, li apostrofò brutalmente, diede loro dei signorini insulsi e buoni a nulla quando noi si durava fatica e si sgobbava per un misero pezzo di pane, gridava ormai il Ricceri, paonazzo in viso credevo gli scoppiassero le vene del collo, il mingherlino battitore cercava di mediare e di ricondurlo alla calma, quasi ci intimò il Ricceri di mollare tutto e venir via ed io sinceramente gli fui grato, come fui grato di far parte di quella squadra di uomini che ogni giorno "duravano fatica" facendo orari impossibili, saltando i pasti e rendendo alla comunità un grande servizio... ricominciammo il lavoro orgogliosi e soddisfatti perchè il Ricceri ci aveva con quella sfuriata reso giustizia. Gli soffiai il posto al Ricceri, quando malato non potè presentarsi i primi giorni della preparazione di un asta e toccò a me sostituirlo, ma fu presente il giorno dell'incanto, smoccolava con gli altri portando fuori mobili e suppellettili, non inforcavo occhiali io, avevo ventinove anni e ci vedevo ancora bene, ero terrorizzato di sbagliare lui mi osservava cupo, ma mi lasciava fare senza dire nulla, senza neanche un appunto, il Ricceri che aveva mandato fuori gli oggetti per trent'anni e che in una sera diventò il nostro fiero paladino... sono passati ventiquattro anni da allora, ogni tanto mi soffermo a pensare quel periodo della mia vita, il facchinaggio, i lavori pesanti, i macelli e i traslochi, gli uomini con cui condividevo le fatiche e le schiacciate con la bologna, mi domando che fine abbia fatto il Ricceri, se sia ancora vivo e continui a smoccolare e dare dell'ignorante a tutti.
30 agosto 2012
E' pur sempre un viaggio
Sprazzi, tra breve l'odore della grafite, l'inchiostro fresco dei quaderni, le immagini sbiadite e la paura nascosta tra i banchi, lo specchio è sempre lì all'ingresso, rimanda la mia immagine, i capelli sempre più radi, lo spazio ingombro di suppellettili, inspiegabile, la pala al soffitto lenta e inesorabile stralcia il tempo, gli occhi si chiudono e le mani si cercano, poi arriva il tempo del distacco necessario e i pensieri si aggrovigliano, letti disfatti la camicia da stirare, la lama scivola e il ticchettio riprende, ci sono cose che non si possono spiegare e altrettante che non si possono capire, non c'è niente che un bambino non comprenda a parte la stupidità degli adulti. Spesso rinunce, anche sacrifici, necessarie, inevitabili, anche a cuor leggero, o controvoglia, ovvio, ovvio, il caffè amaro su questa indicibile crema e le patatine che non si decompongono mai, brividi alla schiena, il leone e l'ippopotama... ci sono piante erbacee presenti tutto l'anno che regalano grumoli commestibili, ma che spesso risultano indigesti, nel mio caso è un fastidio costante da bacheca occlusa, mi resta sullo stomaco... genera scompensi e insulse rappresaglie, la psiche umana questa sconosciuta...
il calore si attenua e i dolori aumentano, è tempo di correre ai ripari, o di correre e basta, magari ancora nuotare, perseverare, le casalinghe a Tokio sono molto diverse, sezionano cadaveri e non amano l'amore... si torna alla prostata, incontinenze urinarie, pannolini e pannoloni, non si cava un ragno dal buco nè tanto meno la blattella ostinata, di presidi in presidi inquiniamo la terra, c'è ancora odore di pane, c'è sempre un nuovo che avanza e un vecchio da non dimenticare, il conto piange nel suo rosso orgoglioso, sarà per l'anno a venire, speriamo.
17 agosto 2012
In questo posto davanti al mare
Il corpo abbandonato, il grande sorriso nei denti guasti e il ritmare delle braccia, con il grande salvagente e i piedi nella sabbia, e io perdo il mio tempo nelle cose futili... dibatto di amenità mentre intorno scivola il grasso dalle smagliature e il sudore fonde le pance, i bambini gridano, le mamme sbottano, i padri leggono, non cambia mai niente, osservo e non imparo, mi arrovento d'amore che non so spiegare, se bastasse questo sole a fondere e unire, non ci so fare, mai, mi perdo nelle mie visioni e tramuto il tempo, conio verbi nuovi e ritmi del passato, mi tuffo, adesso enormi palloni gonfiati disturbano l'orizzonte, i bambini mostrano il braccialetto e la mezzora conquistata, sono un povero idiota, questa terra sarà sempre la mia terra, senza scampo o facili illusioni, mastico amaro, mi arrovello, il colore della pelle è allarmante, mi tuffo nei suoi occhi che sanno di rimprovero, di delusione, ho perso le parole, quelle belle, delicate, forbite, al loro posto sboccamenti e trivialità insulse, lei mi guarda senza capire, non mi capisco neanch'io, trangugio il super che normale mi sembrava scontato, non sa di molto, resto legato ai ricordi del passato, dammi la mano, voglio tenerla, non voglio lasciarti andare, mai più, non c'è posto per noi tra tanta gente, guarda come si accapigliano, si spingono, poi mangiano senza gusto, per abitudine, per rinnovare il rito... non resta che abbozzare anche se il gelato in verità fa schifo, ma quando ci guardiamo negli occhi si ferma il tempo, non c'è più nessuno intorno e il mondo prende a girare per noi.
30 luglio 2012
Di un lungo viaggio
Del vino rosso messo in fresco e che possa essere un'eresia, fagioli di diverse qualità sfrigolano con la calabresa brasileira e si fondono ai ciliegini, il giudice a latere recita in basmati integrale cotto al vapore, orchestre e sinfonie, ancorchè silenzio e sguardi, incomprensioni, scarti caratteriali, il piacere si fonda e fonde, le mani unite e i capelli al vento condizionato, Juliette mi resta antipatica ed anche il suo interlocutore, un tempo credevo fosse all'altezza, la francese che è in lei ha preso il sopravvento... è un dolce dormire, breve e intenso, ma tonificante perchè condiviso, quel breve dolcetto di cocco e chissà cos'altro... guardo il tatuaggio e accarezzo la mente, flussi ancestrali ci avvolgono, che non dovrebbe passare mai il tempo, il giorno dovrebbe vederci arrancare, come in un sogno celato il desiderio del risveglio. Il desiderio che il viaggio sia lungo, magari interminabile e corroborante.
Soggiorni roventi
E' già un anno, non si direbbe, ma lui lo sa bene, mi tende la mano e mi chiede se ci vedremo di nuovo tra un anno... ed è come un anno fa, lo stesso sudore freddo che gela la schiena, il lungo tavolo in cemento, scrostato, lascia trasparire le vernici sovrapposte, le pareti trasudano gli anni e il tempo in realtà non passa mai, il frigorifero negato, il ventilatore negato, la libertà negata com'è giusto che sia, non si capisce semmai l'accanimento... sorrisi e pancetta, qualche capello bianco in più e i ricordi che prendono campo, e poi i racconti del quotidiano, i clan e le rappresaglie, il comandante gli ha chiesto di non attuare la "battitura"... di dare da mangiare a chi lo chiede... le condizioni sono proibitive ma è così che funziona e non ci si può ribellare... bambini ammucchiano sgabelli come grossi pezzi di costruzioni, mangiano patatine e bevono cocacola, si ingozzano di merendine e the freddo, il caffè nel thermos stavolta è amaro, è un caffè forte che sa di sacrifici, lo beviamo insieme come se fosse un rito, di colpo mi sento trascinato sulle rive del rio delle amazzoni col curandero che recita litanie e spande fumi nell'aria... e poi ci sono le convivenze con gli stranieri, le lingue, gli arabi e il "mese torrido" ossia il ramadan, bisogna conciliare, intercedere, ammansire, i musulmani aspettano rivelazioni... e il cibo è sempre poco e le porzioni differenti e poi non si sa come quel tipo è caduto dalle scale... i torti, gli abusi, il caldo, eppure tutti sorridono, prendono in braccio i bambini, mangiano insieme tutte le porcherie che possono permettersi... la cucina è una fuga, il giubbotto è stato portato via e anche le scarpe, e allora la camicia con le maniche lunghe, per provocare, per obiettare qualcosa... intanto l'ipovedente è stato trasferito qui a trecento chilometri dalla sua città, logiche inconcepibili partorite da uomini senza coscienza, si inveisce contro i residui di dignità, inspiegabilmente, come i manganelli selvaggi che vomitano incertezze, disagi personali. Mi prende un'incontrollabile desiderio di piangere, piangere e urlare e aspetto con ansia di sentire l'aria fresca, di vedere la luce, prigioniero della mia inettitudine e preda dell'angoscia. La strada è rovente, la mente si perde, l'auto dello straniero brucia, salva solo il trolley ma possiede ancora la libertà, un grido di dolore, e non è ancora niente, putrido metallo in croce e il gabiotto con l'aria condizionata, niente documenti che non possono accettarli, intanto lo stato lucra sul lavoro e nega i diritti, come se fossimo a Santiago nel 1973, si spera solo di non essere fucilati, la ragazzina lo guarda con affetto immutato e gli da l'arrivederci, e poi diventerà grande.
24 luglio 2012
Di quale amica?
E quella parola, spiega, ma dimmi, dei numeri e dell'attesa, Diego striscia i piedi e tira indietro con il corpo, vorrebbe andare da un'altra parte... spiego, spiego, non esco con un'amica, ci mancherebbe, che non lo dico, a chi lo dico? Di che parlo, con chi ne parlo? Non ho niente da dire, nemmeno a mia discolpa, tanto meno parziale, non ne parlo perchè non ho interlocutori, che in famiglia sì, quello sì. Le nubi, la pioggia, il refolo alle spalle, quasi un brivido a trenta gradi... lei ostenta quel che non ha, parrebbe, che non ho capito se uno yogurt per pranzo serva per non ingrassare anche se la confezione è da mezzo chilo... legge, forse, capisce, forse... intanto si ritorna ai corsi, inutili, devianti, faticosi e pallosi, che anche rivedere certuni non m'importerebbe un fico. Ma mi lascio cadere, rotolare, inebriare e conquistare, nel gelato di vaniglia di colore nocciola e le labbra, i capelli corvini e a tratti cipolla o aglio, come le zucchine della bisnonna di Diego, fermentano dissapori velenosi e miasmi incontrollabili e mefitici, la mia intolleranza esagera, ma l'amore si affanna sui crinali attraversando valichi e scalando montagne, è la sveglia del mattino che incurante del mio torpore insiste e grida, sempre alle quattro e trenta, aspetto domenica con ansia e fervore, i biscotti al cocco e il pane slievitato, la mia dolce amica in realtà è il mio amore sappiatene tutti anche se non ve ne ho mai parlato.
23 luglio 2012
Stereotipi...
E poi il respiro si placa, non va via il velo di tristezza dagli occhi, lo sguardo si perde mentre le mani cercano un appiglio, il vento agita la tenda, per un attimo il fuoco è domato, l'acqua viene nebulizzata e si propaga insieme all'olio insetticida che avrà, si spera, ragione di quelle piccole infide cocciniglie, i lineamenti induriti e gli occhi arrossati, i pensieri travolti e gli accordi in meno di due giorni a carte quarantotto... non serve sapere che così va la vita, perchè la vita non dovrebbe essere indirizzata in maniera diversa? E soprattutto, perchè non si può tentare di cambiarla? Stereotipi inqualificabili e inaccetabili, le sorti di chi ancora non riesce a camminare da solo inevitabilmente segnate da chi ha imparato a camminare soltanto adesso, e se ne va in giro claudicante e obnubilato, il finto potere derivante da ciò che avviene sotto la soglia e che inevitabilmente preclude la ragione, di ragioni pretese e di presunti torti subiti, di bendaggi agli occhi e alle mani, del non essere mai cresciuti e dell'essere cresciuti troppo in fretta, bisogni, fusioni, gli inevitabili errori, la vita ripropone le sue occasioni, i treni tornano, alcune mani si protendono, occorre essere preparati, bisogna allenarsi, non farsi cogliere di sorpresa, farsi trovare all'appuntamento, intanto si prevede pioggia, tira un venticello fresco e i ripiani straripano di libri in attesa.
12 luglio 2012
Di temperature più alte
La glassa a specchio rimanda le rughe e le occhiaie, i pianti di Diego e il mio stupore, leggi parole che non vorresti leggere ma sai capire, il frastuono del silenzio sarebbe mille volte peggio, articolare con dovizia di particolari diventa necessario, il caldo opprime e i fagioli borbottano tra le pareti madide, timide gocce si arroventano sull'asfalto, falso allarme, odore di mare e la pelle scottata, le manine mi carezzano il viso, panacea per tutti i mali, ci attendono giorni peggiori, dicono che vada così, mi arrabatto, voglio quel kit, appannaggio forse non di molti... un susseguirsi di parole si riversano sulla carta bianca senza trovare un senso... il dolore al braccio sinistro non vuol saperne di abbandonarmi, anzi, cerca di coinvolgere anche il destro... la voce spaurita, timidamente implora qualcosa, non c'è bisogno, non è davvero importante, solo non si dovrebbero leggere frasi e periodi che non ci appartengono, maledetto vizio innato... ritornano prepotenti le sensazioni, le immagini, il piacere del viaggio, ci siamo del resto, sarebbe anche opportuno e nella natura delle cose... mordo le labbra, le mani, per gioco, per scherzo, sbadatamente induco due volte al pianto, maledetta memoria, avrei bisogno di una pausa adesso, magari portare Diego al mare e guardarlo mentre tenta disperatamente di evitare la sabbia, quella che un tempo mangiava a piene mani, ma si sa, cambiano i gusti, cambiano le sensazioni, si cresce e non ci si volta più indietro.
09 luglio 2012
Preferirei...
Diego si agita nel sonno, è ancora presto, gli tengo la mano, pian piano comincia a svegliarsi, cerca di aprire gli occhi, mi guarda, comincio a fargli delle carezze sulla mano, sul braccio, mi sorride, a volte lo guardo convinto che sia Valerio, altre lo chiamo proprio Valerio... la giornata si illumina, si arrampica sul cuscino e raggiunge il comodino, cerca bu-bu... gli chiedo se vuole il latte, la risposta la leggo negli occhi e nelle braccia protese, mi sciolgo, non so resistere, lo riempio di baci e carezze, lui appoggia la testa sulla mia spalla e si lascia guidare... beve il suo latte con gusto e poi mi chiede un ...cocco che sarebbe un biscotto, lo mangia con curiosità e ne chiede un altro, come nelle ultime mattine il secondo lo lascerà a metà e dovrò mangiarlo io... è tenero, dolce, è un bambino che si fa volere bene da subito, è socievole e affettuoso con tutti, ogni tanto sbotta in qualche capriccio, ma gli si perdona facilmente, è un bambino. All'asilo ci sono già due bambini, più grandi di lui, oggi sembra non volerne sapere di essere lasciato qui, Matiù mi ha rimproverato, non devo lasciarlo di nascosto, devo salutarlo, fargli capire che tornerò a prenderlo dopo... ci provo, ottengo l'effetto che non avrei voluto, mi segue alla porta, comincia una sorta di lamento, qualche lacrima, va in braccio all'educatore che cerca di distrarlo con qualche giochino... chiudo la porta e mi sento un verme, di colpo rivedo Valerio, i suoi pianti, la febbre che d'incanto gli saliva e spariva non appena lo andavo a riprendere previa telefonata urgente dell'asilo... passo con l'auto vicino alla finestra, cerco di sbirciare dentro, vedo il tipo, Diego non è più tra le sue braccia, si sarà calmato? Preferirei restasse con me, ma capisco che socializzare con altri bambini sia un bene, divento vecchio e mi rincoglionisco, il fatto è che stravedo per lui.
06 luglio 2012
Il mio primo giorno con Diego
Ventuno mesi, appoggia la testa sulla mia spalla e mi abbraccia con le sue mani piccole, ha ancora sonno, lo coccolo un po', poi necessariamente devo lavarlo, vestirlo, dargli il latte e portarlo all'asilo... ma c'è ancora il tempo per giocare, per vederlo ridere, in tutta la sua simpatia... lo guardo senza farmi vedere, serio, seduto sulla sediolina, deve ancora svegliarsi del tutto... il tipo cerca di incoraggiarlo al gioco, timidamente comincia a toccare i giocattoli, i piccoli animali in plastica, poi le macchinine... mi domando cosa pensi... le persone a cui ha imparato a volere bene spariscono, i volti si avvicendano, è un susseguirsi di braccia, risa, mani, lui è molto socievole, allegro e credo, spero, felice, ma sono certo starà già domandandosi come funziona la vita, cosa aspettarsi da queste persone che lo accolgono sempre ridenti, affettuose, disponibili... e poi capita che non le riveda, o solo dopo molto tempo... certo, le figure essenziali tornano sempre, forse io mi faccio più domande di lui, forse, o forse il suo carattere mite, dolce, lo aiuta a sopportare le mancanze, non avrei voluto lasciarlo, sono rimasto ad osservarlo, per vedere se si girava a cercarmi, per rassicurarlo, prenderlo in braccio e portarlo via... siamo sempre portati a cercare di evitare ai nostri figli, ai nostri nipoti, quelle sofferenze, che reputiamo tali, e che conosciamo bene... si tende ad essere iper-protettivi, e di cosa ha bisogno realmente un bambino?
04 luglio 2012
Il primo uomo
La polvere al sudore della cravatta e il nodo che stringe, elegante vestito e incedere tra vicoli e sole, la patria che allora era la Francia anche se distante, una battaglia famosa, poco altro che non ricordo, dei flash e il ricordo che non posso avere dell'Africa di mio nonno e i racconti di mia madre, l'esistenzialista ateo e la sua simpatia, della morte prematura prima dell'indipendenza, i calci al pallone senza le scarpe per non rovinarle, la nonna materna e l'autorità, i berberi, i musulmani, gli arabi, la storia di una nazione, un popolo, uno scrittore, la voce di un bambino e gli occhi di sua madre, le insurrezioni, le bombe, le vittime, le due guerre, sopravvissuti, vincitori e vinti, le lamiere di un auto e l'editore, le pagine di un libro raccolte dalla figlia, la fotografia, la musica, la peste.
03 luglio 2012
Non tornare
Veloce più di un felino e il tasto cambia posizione, lei esce dalla stanza e io ne approfitto, poi ancora e il tasto è al minimo, poi lei si accorge e... il gelido soffio colpisce le mie ossa... medito di cambiare postazione... il conte è stato chiaro, puoi continuare ancora un mese forse poi cosa farai? Dovrai pensare al da farsi, all'operazione semmai... la maglia si attacca alla pelle non oso utilizzare il climatizzatore, mi sento solidale... fugace, veloce, passionale e appagante, inaspettato, riprendiamo le fila, ricuciamo lo strappo, torniamo a remare nello stesso verso... la signora m'ignora, non ha evidentemente bisogno, come anche quell'altro e centodieci appartamenti... ma lui fa scorrere il vino e rigar dritto le segretarie... pranzi di brioche e gelato e farmacie e medici e sudore, e sarebbe tempo di meditare, partire, non tornare, io e lei.
02 luglio 2012
Qualcosa brucia
Il cascamorto, chi era costui? Vagheggino svenevole, che corteggia in modo languido e affettato... corteggia?... Si appresta al pomeriggio e l'afa e grondo, pochi e bagnati capelli intrisi al sale e ricordo lieve di ben altro sale, le pale all'arsura nella stanchezza del corpo e della mente, partite e palloni e milioni, poi loro se ne andranno al mare milionario che gli spetta, il climatizzatore a tratti e onde e la lampadina che sta per saltare, la tosse, il catarro, la febbre e quel nodino all'angolo dell'occhio... macchie al cielo, all'orizzonte, letti sfatti come lande sconfinate e solitarie, solitudini, inquietudini, parole al trancio e dimezzate e dimenticate, il pettine, i nodi, percorsi impercorribili e strade alternative, le parallele ancora una volta all'infinito, incroci, basi, geometrie contorte, metà dell'anno e di quel che resta e che ci presta, di due ore al mare per dimenticare, e non è mai finita, e sempre all'erta, sempre pronti, e taglia e cuci, impasta e mescola, traduci e leggi, parole al vento e farro e segale, segnale, la nazionale, il rito sempre uguale, ridi che non c'è niente da ridere.
20 giugno 2012
Sempre Marilyn
Il rock si perde al finestrino, tra le luci che inchiodano e l'aria che rinfresca, la passione, le ultime immagini suadenti e il blues, le lacrime di Marilyn, titoli di coda, bisognerebbe fermare gli attimi, inglobare sensazioni in bolle perpetue... l'asfalto si ricopre di polvere, le luci della città, la birra gelata e il giro della piazza, la pizza di ulisse schiacciata con il ricordo della bufala e i ciliegini sbiaditi, il sapore perduto del cornetto di algidiana memoria, ma è solo un mio pensiero, una mia sensazione, i miei tempi che sono solo miei, gli anni trascorsi al camillino da cinquanta lire o le torridi estati al motorino e il croissant imbottito di gelato al caffè che scioglieva sulle ruote e Renato che correva, le monete barattate e i francobolli volati via... il piatto triste tra spruzzi di olio e balsamico, il pane di kamut e avena, sguardi coordinati, intese, il silenzio al buio del divano e i pensieri altalenanti, esagero, mi capita, le scuse non servono, basta capirsi, è solo un gioco, uno di quelli che scivola nell'incomprensione e genera litigi... pochi minuti esclusivi, svincoli, transenne, percorsi obbligati, la schiena, il braccio, quella pillola e il mio medico distratto, è sempre un altro giorno nel fluire del tempo, lo stillicidio prosegue com'è normale che sia, io e quelli come me non crediamo ai miracoli.
18 giugno 2012
La mia terra
Il cigolio delle pale al soffitto solletica la mia immaginazione osservo le zampette all'aria della blattella germanica, la stronza ha scelto di morire lontano dalla tana, non è un bene considerato che una volta morte si mangiano tra loro e col veleno ingerito si contagiano tutte... dettagli, in progress, at work... sento prepotente l'aria che tira da ovest... Fernando al caffè Martinho da Arcada, Lisboa, un sogno che forse resterà tale, on demand, hope is the last to die... Fumi, profumi, consumi, la liscia pelle e il rosso, odori, aromi, poemi, qualcosa recita e si muove silenzioso, tra le pieghe nascosto, colmo di sensualità e audacia, chimico, fisico, sotterraneo, invisibile, tanto forte, preciso, diretto, allo stomaco, al cuore... il tram arranca in salita, lei tiene la mia mano e mi guarda negli occhi, oceano, più giù Sevilla e una lingua conosciuta, ritorno col pensiero, Diego, Brasiu... non riesco a staccarmi e le mani tese, affondo il viso nel cuscino della sua pelle, m'inebrio agli odori e canto piano, questa terra è la mia terra, attesa, voluta, desiderata, contesa e contestata... una cosa sola, indivisibile, le ali al graffio del cigno nero caduto, era perfetto, della perfezione della morte che ci sottrae al dolore, alla sfida, al successo.
13 giugno 2012
Deambulazioni
Il caldo a me piace, magari mi manda in pappa il cervello ma lo gestisco meglio del freddo... forse sono un po' nervoso, forse... magari è per via dei contatti inevitabili con le strutture sanitarie, poi per fortuna ci sono anche alcune cose che funzionano, le associazioni, l'infermiere assegnato a mio padre sembra in gamba, se non altro è educato e sa quel che fa, si prodiga in medicazioni e massaggi, infonde fiducia, anche mia sorella si rilassa, ne avevamo bisogno. Le notti si accorciano con risvegli anticipati, la luce è comunque già forte, lavo i piatti della sera, ero troppo stanco, i guanti si strappano e le garze aumentano... vorrei meditare di organizzazioni e viaggi che però non ci saranno, che mancano da tempo, che sarebbero necessari, fuori tempo massimo, e fkt per paziente non deambulante e non trasportabile... quelle banane piccole e dalla buccia rossastra, seduti sul ciglio della strada e i violenti temporali improvvisi... basterebbe anche una settimana su un'isola sicula... il senso delle cose, la voglia di staccare la spina, traslochi, di casa, di ufficio... e il pane perduto, il film andato, il vino versato... esserci o no, sapere o meno, aspettare, come sempre...le emozioni e i bambini, certo, quelle, quelle che vengono prima di tutto.
08 giugno 2012
Evviva la civiltà!
La seicento che guidava mio padre adesso la guida mio figlio, ma è intestata a me, il dieci febbraio mio figlio parte per il Brasile, l'auto resta posteggiata sotto casa... mio figlio rientra dal Brasile il trenta aprile, l'auto è scomparsa... qualche telefonata e si scopre che l'auto è stata rimossa dalla polizia urbana... ci rechiamo dai vigili urbani e ci informano che l'auto sostava in zona vietata e di intralcio al traffico (!?)... è stata tenuta otto giorni al posteggio dell'AMAT (azienda trasporti municipalizzata) e poi trasferita in un posteggio pubblico a lunga giacenza, per riprenderne il possesso bisognerà pagare la rimozione e la giacenza, totale 332 euro! Andiamo via meditando di lasciarla lì, ci viene fatto notare che comunque le spese sarebbero a mio carico lo stesso... il giorno dopo con i soldi in contanti torniamo dai vigili urbani, parliamo col "capo", cerchiamo di mediare e di capire come sia possibile in un paese civile e con le tecnologie a disposizione che non si possa essere messi al corrente di una rimozione in tempi più brevi, non contestiamo l'infrazione, dopo 55 giorni comunque sarebbe difficile per mio figlio ricordare... il "capo" sostiene di averlo fatto, mi mostra la lettera, non ancora ricevuta... l'auto è stata rimossa il 14 marzo e lui scrive in data 24 aprile di andare a riprenderla, non è colpa sua, dice se le poste sono lente... accidenti ma lui la lettera l'ha scritta dopo 40 giorni, quasi si arriva alle parole grosse e per evitare andiamo via, francamente lo reputo un emerito imbecille ma non posso manifestarlo per ovvi motivi... paghiamo i 332 euro in contanti e ci viene rilasciata regolare ricevuta, andiamo al posteggio a prelevare l'auto, le plastiche laterali delle frecce sono distrutte e il sedile di guida è inspiegabilmente addossato al volante, tanto che mio figlio fatica ad entrare, come se l'auto non fosse stata guidata da lui (!?)... nel frattempo arriva un primo verbale e una multa da 92 euro spiccata in data 16 febbraio... il numero di verbale non corrisponde a quello trovato sul parabrezza, certo i verbali saranno due... il 25 maggio mi arriva un avviso di raccomandata in giacenza alle poste (chissà perchè i vigili urbani spesso passano la mattina quando io sono in ufficio e non a casa, peraltro non c'è neanche un custode...) ma il giorno dopo ci sono più di cento persone in attesa alle poste e all'orario di chiusura ci sbattono fuori, la sera io prendo una nave per Napoli... al rientro il 4 giugno, prendo un permesso in ufficio e mi reco alle poste, per fortuna l'attesa si protrae soltanto per un'ora, la raccomandata è un invito a ritirare l'avviso che non hanno potuto notificarmi, presso la casa comunale... prendo il 6 giugno, visto che ricevono in orari più abbordabili anche il pomeriggio, un altro permesso in ufficio (da recuperare chiaramente...) e mi reco alla casa comunale... per inciso, il posteggio di 13 minuti mi costa 1,50 euro... (ho chiaramente sbagliato lavoro...) ci sono già 25 persone a turno ma per fortuna i tre impiegati sono veloci, l'avviso non è altro che la lettera famosa che il "capo" mi aveva mostrato in copia, datata 24 aprile e che mi intima di ritirare l'auto che ho già ritirato, leggo che se entro tre mesi non avviene il ritiro l'auto verrà rottamata... se mio figlio fosse rientrato più tardi... rientro a casa e trovo un altro avviso di raccomandata in giacenza all'ufficio postale... ma porca p... il nove giugno, cioè oggi, altro permesso in ufficio, stavolta le poste sono stranamente deserte, ritiro la raccomandata, atti giudiziari, il secondo verbale, altri 94 euro... la storia dovrebbe a questo punto essere finita... torno a casa e nella cassetta delle poste brilla una busta verde... stavolta non devo andare da nessuna parte, è solo il messo comunale che mi comunica che un avviso è stato depositato alla casa comunale, lo stesso che ho già ritirato il 6 giugno... nel frattempo, per non annoiarmi... ho ricevuto un avviso per una cartella di pagamento (la TARSU...) il Comune ha incaricato la SERIT della riscossione, e la SERIT ha incaricaro una ditta esterna per la notifica, la quale mi ha lasciato questo avviso alle 9.34 quando io ero in ufficio... per fortuna loro fanno orario continuato fino alle 17 e riesco, anche se mi tocca recarmi quasi in centro, a ritirarla abbastanza agevolmente... mi domando se non fosse il caso di gestire la consegna in maniera differente... siamo in un paese molto civile, dove vige la democrazia, che sta finendo a rotoli e dove la tecnologia non serve a nulla o quasi... non è il caso di indignarsi o farsi il sangue marcio, è l'Italia.
04 giugno 2012
Vedi il mare quanto è bello...
Il business non guarda in faccia nessuno e niente, fatti tuoi se vuoi continuare a rincoglionirti davanti spettacoli insulsi e isole del cazzo, nessuna televisione da casa, la tele la mettono loro, piccola e slanciata, spina e antenna provvista, modica cifra di due euro al giorno per il noleggio e fantastiche promozioni settimanali, si scrive intrattenimento si legge camorra... mi chiedo cosa succederebbe se al pari degli ospedali siculi tentassi di portarmi da casa una sdraio per la notte... il linoleum è tirato a lucido, mi aspetto altre cadute... ampi corridoi si chiudono alle porte, la caposala è un tipino tosto che scrive sul mio certificato la data odierna, la da per scontata come data di ingresso e conclude che il ricovero sussiste a tutt'oggi, in breve cinque giorni in uno... il Professore è tale, visibilmente annoiato, biascica parole, piuttosto ferme e decise, è uno pratico, già alla visita aveva perentoriamente sentenziato come non ci fosse nulla da dire ma soltanto intervenire... appoggiato al muro in abiti borghesi recita la sua litania e conferma che si sente di dire non finisca qui... tira un'aria strana, a tratti pioggia, a tratti il sole, maglietta o camicia e giubbotto, la tangenziale e le sue uscite, cuma, pozzuoli, agnano, fuorigrotta, vomero, camaldoli, arenella... ormai le so a memoria, la mano che si alza in un gesto rapido, furtivo, la placca al parabrezza mente ma lascia passare... la catena di montaggio è inarrestabile, due infermieri accompagnano il paziente di turno che dopo una mezzora torna in barella con un occhio bendato, chi il destro, chi il sinistro... la lettiga vuota mi passa accanto, le lenzuola sempre quelle... ogni giorno, tutti i giorni... la catanese aveva una ciste che pressava, l'occhio si era spostato in basso sulla guancia, le hanno perforato il cranio, tutto bene, intervento riuscito e via alla convalescenza, un carrello che sembra blindato attraversa rapido il corridoio, effluvi, odori, gli addetti in tuta arancione depositano vassoi su vassoi, le pietanze sono tutte diverse, la pasta mista con le patate, le penne rigate al pomodoro, la minestra di riso o la carne arrosto, l'odore è sempre uguale, immagino anche il sapore... la vicina ha le palbebre calanti... è composta, seria ed educata, una ex insegnante sarda col figlio a Caserta che ha sposato una romana... due interventi ravvicinati e due fili in tensione, mi domando se le palbebre torneranno alla normalità... lascia le sue riviste patinate con i pettegolezzi sempre freschi di giornata ed esce fiera e allegra... intanto la schiena urla alle molle del mio letto di lasciarla andare, le notti non sono notti, rimango sveglio e non appena mi assopisco urlano i fantasmi e recitano incubi magistrali in salsa rosa, le scale si affollano di gente e fumo, l'ultimo film e la sigaretta che cade, provvidenziale tabacco anti strage... gli omuncoli coperti si sfidano nella notte, trama e ordito, tutto già visto, tutto già scritto, i Karamazov all'erta nell'abbiocco post-prandiale, l'ultima preda, l'orsetto urlatore, vite rinchiuse e dimenticate, sprazzi di luce nella strada deserta e rossetto e smalto, i rifiuti e il giro concentrico, il finanziere non è di qui, non sa dove sbuchi quella strada, giriamo in tondo fino alla necessaria infrazione, non sarà facile spiegarlo al Giudice di pace... le due pizzerie in cagnesco offrono tesi opposte, sono io il primo ed unico, no io c'ero già prima... le fiamme risultano accattivanti e regalano la fila, propendo per il secondo e non me ne pento, il cellulare manca la sua funzione e recita spedito ma sfocato, la tipa col cagnone e quella con la blusa larga, intanto le lacrime solcano il solcabile e si perdono tra le linee telefoniche, vorrei tu fossi qui, vorrei tu fossi qui, si spengono le luci e l'ultima canna, Pozzuoli e il mare che non vedo, la nocciola coatta e l'entroterra bislacco, le maglie sono scadenti ma il prezzo è ottimo, del resto faranno il loro dovere fino in fondo e non avrò da pentirmene. La guarnizione era lacerata ed io non m'ero accorto, non importa che inforcati gli occhiali l'unguento oleoso produrrà il miracolo... e Tore, e Chicco, Luca e Bea... suoni di sitar o di guitar e percussioni e rap, gli alimenti brasiliani sono prodotti a Milano, me ne parla il boss napoletano, mentre il rumeno mi mostra il kit, l'africano mi dice che la calabresa è terminata e il cinese batte sui tasti della cassa, me ne vado frastornato, confuso tra le transenne e il materiale di risulta, ancora cercano la metro... che desiderio di essere già lì, la frizione ci lascia, una corsa, un taxi, la tua voce, le nocche alla porta e sono già le sei, il cielo è terso e tira lo scirocco, siamo a casa, tra i panni da lavare e le piante da ridestare, un timido segnale, un passo, un gesto, per ricominciare.
20 maggio 2012
Maionese
La maionese schizza quasi sui vestiti e per poco non s'infrange il calice, tira un venticello gelido alle sue spalle e sul mio viso, l'allievo del professore è scostante e forse stanco, niente clamori da stadio per fortuna e le parole scorrono, e con loro le ore invisibili.
07 maggio 2012
Di che sogni vivremo...
Dell'ultimo film e del prossimo, e starei sempre così, nelle tue mani, con la pizza volante che atterra sul selciato e il bicchiere in bilico, tra una musica assordante e il tizio della setteveli che un po' mi sfastidia, alla scarpetta audace e rumorosa, la camicia con il collo alla coreana e la bizzarra fantasia, e il violetto del due con, e il con sono io che m'agito a prua con le mani pulsanti e gli occhi dritti alla voce nel grido d'incitamento, che odori e sapori, non mi piace il prosciutto e la commistione non rende giustizia, ma è il nocciostacchio che sublima il piacere massimo, l'abbraccio perenne come il Perito Moreno, immagini in diciassette pollici e un audio improponibile, eppure è come fossimo al Metropolitan... saltiamo tra le frasi e i candidati inamidati, blocchi, sbocchi, mi perdo nei tuoi occhi, il caldo opprime e il vento gela, e sembra non passare il tempo, e in realtà passa molto in fretta, un susseguirsi di combinazioni e giorni, e ore, e notti insonni, la spada nella roccia, oggi ci è stata riservata una colazione, domani vedremo di che sogni vivremo...
Diego
Diego si lascia cullare, è un bambino delicato, tenero, allegro e buono, appena sveglio annaspa, gli occhietti insonnacchiati e il corpo molle, si adagia sul divano, come se continuasse a dormire, lentamente riprende la sua vitalità, ti coinvolge nel gioco, comincia a sorridere, si potrebbe stare delle ore a guardarlo, crogiolarsi della sua simpatia, è un bambino al quale non si può che volere bene, da subito, alle domande risponde con un cenno della testa, non si arrabbia mai, gioca, ripete le parole e ride, con i meravigliosi occhi azzurri, col viso paffutello, con i riccioli ribelli, e poi si lascia prendere in giro, nel gioco, non è prepotente, condivide le sue cose, e riesce perfino a fidarsi e consegnarti il ciuccetto, dal quale non si stacca mai, consapevole che lo riavrà indietro appena terminato il nuovo gioco... ti abbraccia stretto e dice ciau, si lascia baciare sulla guancia e corre contento verso la sua vita, ecco vorrei avere un decimo del suo entusiasmo, intanto mi ha rapito il cuore, e reso orgoglioso, guardo mio figlio e lo trovo perfetto, si allena a fare il bravo padre, devo dire che ci riesce benissimo, lo osservo, vedo con quanto amore si dedica a suo figlio, mi piace, molto, e devo ringraziarlo per avermi reso nonno in tempo, prima che io finissi rincoglionito dagli anni...
23 aprile 2012
Essenza
Essenza, l'immagine che rimane scolpita nella mente, osservo, la dolcezza, le forme, l'assoluto abbandono, la pienezza, la pace, le bellezza, il silenzio, un tremore, le pieghe delle lenzuola, le ombre, le trame, profumi nell'aria, echi di giochi, le paure, il macco di fave e i gamberi al caramello salato, melancholia, il bacca rossa, capelli sul cuscino, le mani, il pollo ai porri in crosta, il senso profondo delle parole, la tenerezza, il calore, l'amore. Sentire, sapere, provare, tacere, emozionare, la veneziana che si sgonfia e si scioglie al palato, un bacio delicato, l'amore cantato, fuochi di charango, arpeggio e pizzicato, un sogno indimenticato, l'amore gridato, il corpo celato, il tempo stregato, la luna che brucia l'abbandono forzato.
20 aprile 2012
Il sopravvento
Lo sciopero dei controllori di volo colpisce anche in Portogallo, o sarà forse un guasto non dichiarato? Il bimbo coi riccioli trafoga patatine fritte, mescola portoghese brasiliano con un incerto italiano e balla la samba, tra qualche ora calpesterà di nuovo il suolo italico, ma bisognerà attendere per strapazzarlo... cosa raccontano i nonni ai bambini? Cosa raccontava il mio? Flebili ricordi mi regalano il silenzio... al momento si saprà. Succede qualcosa che non si può raccontare, non si può descrivere, nelle accezioni apparentemente esagerate si riversa tutta la semplicità, la verità, il calore, la passione, l'amore, oggi non è più come ieri, le incertezze mutano, i timori svaniscono, nuovi orizzonti, non c'è niente da capire, niente da spiegare, è la vita che prende il sopravvento, sempre.
19 aprile 2012
Quel desiderio
Sono stati d'animo, pensieri, ricordi, anni che passano, avvenimenti, cambiamenti, il senso del tempo, le ore, le attese, desideri, assurdità, controsensi, paradossi, è la vita che ci avvolge, il dolore, la lontananza, la mancanza, lo stupore, l'odore, il sapore, le frecciate, le lacrime, le carezze, la primavera che non viene, l'estate lontana, le incertezze, le amarezze, persone che non siederanno mai alla stessa tavola, commiati, saluti, rimproveri, rimbrotti, è l'incomprensione, la chiusura, relegarsi in personaggi e storie irreali, da non comprendere le risa, le gioie, la felicità, incontri, percorsi, cibi in comune e scambi, è non potere dire piccole bugie agli amici di sempre perchè in realtà non ce li hai, quelli dei banchi di scuola, quelli con cui hai condiviso ideali e lotte, e viaggi, e sorrisi e pianti, i primi amori, gli studi, i dolori, le pizze e i panini, le birre e le canne, quelli che sono cresciuti, diventati grandi, e imprenditori, avvocati, architetti, o sbandati, disadattati, disperati, quelli che non rivedrai mai più, andati via troppo presto, i figli, i nipoti, le fidanzate, le mogli, le amanti, i film, i libri, gli oggetti inutili, le crisi, gli amori veri, la tristezza, la malinconia, i rimorsi, i rimpianti, i momenti di allegria, l'euforia, l'entusiasmo, i colori, le tue quattro mura, il letto vuoto, i cibi sul divano, le lettere dimenticate, le pagine strappate, un calcio a un pallone, due foto, i tuoi vecchi, i tuoi morti, giornali macerati, volti dimenticati, un bambino intimidito perchè forse ha capito, un lavoro odiato, un treno che è andato, un conto sempre in rosso, un altro viaggio agognato, il disprezzo, l'odio, il cassetto dei sogni abusato, le mani, un viso, la voce, un abbraccio disperato, il desiderio di cose naturali, semplici, facili.
17 aprile 2012
Pollo alle prugne
La ricetta, dov'è? Il pollo alle prugne si consuma, e lui si lascia consumare, come le navi di Pierino che erano carte di giornale, e il violino frantumato come i sogni, perchè non gridare, urlare, correre e riprendersi ciò che doveva essere suo? Lacrime e lacrime e rabbia e morte, una vita sbagliata e non si può rimediare, il tempo malandrino, ed oggi, oggi, non ieri, forse domani, la migliore pietanza, da sempre, per sempre, il silenzio e la musica, e restare a guardarsi per ore, le mele renette si caramellano nell'impasto della colazione al mattino, fredda di frigo, stemperato il caffè, il mio gres e il calcestruzzo armato, il loft dei desideri fa a pugni con i quaranta metri quadrati, la canottiera nera, sembra di Diego, è così minuta, non vorrei lasciarti le mani, non vorrei lasciarti mai, forse al bar era la dance, non so, non ricordo quasi mai i visi, e la pizza di Adriano è talmente perfetta che finisce in un lampo, e adesso non pioverà niente dal cielo e la seconda parte, Claire ci aspetta, ma dovrà aspettare ancora, il prossimo Allen, le amministrative, le provocazioni da lasciare scivolare, Varcaturo, la madre, il tasto delete, l'impazienza, l'udienza, fragranza e sostanza, ballerini di avamposto, sbandieratori del buio, cronache croniche e la stanchezza, non si decolla e non si atterra, fa ancora freddo nelle mattine e tira vento, alle scarpette e al mio cronometro mancano ancora diversi chilometri.
13 aprile 2012
Napoli per noi...
Una Via Roma che cambia, un'altra città, c'è un sole caldo e i piani dell'edificio antico sono quattro solo sulla carta, specialmente se devi farli a piedi e lei fatica e tanto, il professore è molto gentile, ricorda nel suo accento partenopeo antichi saggi uomini estinti, conferma quel che sapevamo e da qui messere si domina la valle, non c'è verso di comunicare, strani campi magnetici inficiano le chiamate, restiamo in attesa... i ricordi scivolano sul tetrapak di forma piramidale e il prezioso latte fresco della centrale che bevevo a garganella, edenlandia, gli schizzi d'acqua nelle canoe e lo zoo, quel gol di Savoldi e la risposta di Prati, un clamoroso uno a tre in casa, come quello di oggi... quello però era il Milan, Renato che cade in un tombino e la corsa verso casa, i colori del golfo, il Vesuvio, oggi il sole è andato via, torna il freddo intenso e a casa mia il terremoto, per le strade la gente, sussulti e grida, urla al cuore, bisogna astenersi, contro voglia, i capelli bianchi scompariranno, a me piacciono, i miei cadono, niente corsa, eppure il pane profuma, anche qui, ben lievitato con la madre, Chicco e Bea, gli zii, e i cannoli, torneremo, dobbiamo, intanto all'altro capo del telefono tutto tace, gli squilli si perdono nel nulla, insisto ma non c'è verso, attendo inondazioni, e ancora mare, spero non in burrasca e il caffè a un euro, termostato e ventilazione, ti aspetto come sempre, com'è giusto, un altro viaggio, quello che faremo.
09 aprile 2012
Biutiful
Ci sono cose che bisogna lasciare andare, un ricordo, un dolore, penso a mio nonno materno e rivedo le sue mani, i suoi baffi macchiati di nicotina, la mia piccola mano nella sua e il "pizzica-pizzica" che mi comprava... è il giorno che segna il mio cinquantatreesimo, non un giorno qualunque, non come tanti, è un giorno migliore, e riaffiorano i ricordi migliori, ma i ricordi di un bambino possono non coincidere con la realtà, Babel e i 21 grammi, amores y perros, affonda con vigore, penetra le coscienze, l'indifferenza non è ammissibile, una Barcelona che non abbiamo conosciuto, come tutte le periferie del mondo, i margini, i sotterranei, il non detto, il non visto, ma sono amori, sofferenze e dolori, sono sguardi felici o scazzi, il baccalà e le patate, un dolce comprato, il cappellino, la giacchetta di maglia e ci entriamo in due, sono gli occhi negli occhi, il vino bevuto, il cibo immaginato, e le lenticchie rosse, la torta pasqualina, la candela profumata sulla setteveli e l'odore di fumo, l'orologio che corre ad un tratto e le campane nella notte, è l'amore, il sapore, l'odore, sono momenti che restano, frasi, sguardi e racconti, sono mani, abbracci e sogni, e ci sono cose che bisogna lasciare andare, e sono incontri che non torneranno e alternanze, dissonanze, dissolvenze, e poi si ricomincia e cambiano gli attori, cambiano gli astanti e il ciclo si ripete, la mano di mio nonno e quella di mio padre, le mani di mio figlio e quelle di mio nipote, le mie mani che tengono salde le tue e non vorrebbero lasciarti andare, il gioco, il sogno, la rabbia e l'odio che non ti appartengono, il riposo insonne e i rumori della notte, la luce del mattino, e la stessa colazione in case diverse, lo strappo, il lampo, l'abbraccio e il pianto, la pelicula interrotta che continua a girare nella sfogliatrice nuova di zecca, e non voleva saperne, forse non voleva restare, ma un regalo voluto alla fine trova la forza di imporsi, di impasti futuri, di sfoglie perenni, dissidi, confronti, e l'anno alterno era questo, il compleanno alternato, l'invecchiamento dimezzato, quei due tre amici i parenti più prossimi, figlio e nipote brasiu e la profusione di lievitati, i fari nella notte, la voce al telefono, le lenzuola fredde e il pensiero costante, grazie.
04 aprile 2012
Jaipur
L'inverno ai piedi e la primavera negli occhi, il sole caldo, le emozioni salde nelle nostre mani unite e la cenere bagnata dalle mie lacrime dispersa nel Gange o forse nello Yamuna, la forte emozione per l'abbraccio tra i due uomini che non si vedono da quarant'anni e il mio abbraccio perpetuo nel tempo, l'odore, il groviglio dei sentimenti e i sogni ai quali non si riesce e non si vuole sottrarsi, lo schermo e le immagini che scavano in profondità nei sentimenti, la pelle, la sua pelle tra le righe nere stracciate e l'aroma che riempie l'auto e si mescola, la corona senza sale e lime che non c'è tempo, le dita afferrano e non vogliono lasciare andare, di intrecci di gambe e trame leggere, ai braccioli d'impaccio e i sussurri nel buio, legami, catene, ci si sazia d'incanto, rapiti, è l'India sconosciuta, "la luce, i colori, i sorrisi, c'è così tanto da vedere...", è come sempre non volere tornare, è lanciare un pensiero e amori che non si possono evitare, niente scuse, il vortice delle passioni dimenticate, è fondersi e confondersi, emozione profonda, "andrà tutto bene alla fine, e se non andasse tutto bene, vuol dire che non è ancora la fine"...
28 marzo 2012
Lo stesso treno
Forse più in basso a volte passa un treno, credo, il muro vecchio di quando lo osservavo dalle finestre dipinte di verde mentre i compagni si recavano in classe o ne uscivano esausti, di quel professore di francese minuto e severo, ed oggi è la luce e ci si guarda negli occhi dall'altro lato della strada, i cumuli di spazzatura ancora una volta ricolmano la carreggiata e di miasmi l'aria, dei desideri sopiti e di quel che abbiamo non basta, delle risate al lungomare sarà forse una foto sbiadita, un viaggio senza ritorno o al più tardi possibile, di schermi e tavoli, di mani giunte nell'impasto e un calice di vino, di chiacchiericcio intorno e vetrine colorate, di passeggiate, di un libro letto e amato riflesso negli occhiali, dei capelli corti e del sudore copioso nella corsa necessaria, dell'infuso di zenzero e limone, della farmacia aperta e sempre chiusa che mi guarda dalle vetrine e si domanda chi sono, un posto vietato ed un volto desiderato, del mio film solitario e la cena fredda, di quello spazio ampio diventato angusto tutte le notti uguale e del prossimo treno, del compleanno del vecchio e di un prossimamente a Milano, del volere vivere, inseguire e scoprire, assaggiare, nutrire, inglobare, del rosso amico che adesso detesto, dell'infamia dello stato che continua a scavare sempre e solo nelle stesse tasche, non si dovrebbe ma conta, eccome se conta, non importa e non serve ma conta, tocca a me, è il mio turno, vado che dopotutto mi spetta.
22 marzo 2012
Riposo infrasettimanale
Seguo il profilo al buio e di saperne scrivere, il sorriso, il riflesso, il tepore, le mani, l'odore di frittura e il pane azzimo, scorrono le immagini, poetiche, a tratti struggenti e in un sottofondo di musiche accattivanti, sussulti poi risa, proiezioni, emozioni, interazioni, la crema di panna e la granella di nocciola, come gli immancabili dolci allo schermo, certe condizioni ripetute, dell'essere umano, sfaccettature, della simpatia che non è classificare, dell'accettazione che è ben altra cosa, e dell'osservare, si rischia di catalogare, e poi il signore del piano di sotto o forse di sopra che si accompagna a illustri sconosciute e non c'è verso che si volti e magari faremmo prima a fargli un cenno, sembra mummificato ma ci spinge verso ovest, basterebbe una sola poltrona, ma è già una sola, bisognerebbe che ricominciasse, per l'incanto prolungato nel tempo, per non dovere restare soli, ci sarebbe da inventare e costruire, e le due donne lì davanti e dei capelli corti e del tailleur a cui manca solo una cravatta, colpisce la tristezza, non un sorriso, e anche dopo in auto, le vedo andare via senza allegria, e ancora del voler tornare indietro, si stacchino i biglietti, si prenda posto e che lo spettacolo torni a cominciare, del titolo che è una conferma del recitare accanto, ma è già scaduto il tempo, tornare indietro, smettere di navigare, ondeggiare e divagare, e gli odori, i tremori, vai oppure resta, di oggi che è già domani, e aspetta e come ti è sembrato, e lui che prima non mi piaceva, lo trovo maturato, ma no il regista, e le finestre vaganti alle mine di fronte, il pasticciere, pasticciato, posticcio e inadeguato, si pensa al prossimo e non mi chiedere, e fai questo oppure no fai quello, ne vado matto, arranco e annaspo e do di testa, e do di petto, e nel silenzio del mio letto aspetto, voli pindarici e incanti onirici, la voce agli occhi e poi la luce, odore di caffè.
21 marzo 2012
Titoli di coda
Patti in deroga, cedolare secca, l'alternanza, il candidato, le primarie, le primipare, le dissonanze, l'acustica, il paradosso, il paradigma, l'ovvio e il contrapposto, il contraffatto del contraente, il conducente, il conduttore, dei fili di rame e la spiaggia assolata, il tappeto, il rockettaro, gli indiani metropolitani, l'intruso, l'istigatore, fustigatore, castigamatti, l'altro, l'imbonitore, lo scassacazzi, il protestante, il protestato, l'attendista, l'apprendista, l'arrivista, la revista, tiene una revista que se llama la revista?... la misura colma, la dismisura, il panegirico, il pangrattato, il pane di ramerino, il povero bambino, il letto a tre piazze e l'opzione per la quarta, lo schermo funesto del mercoledì e il rinvio al giovedì, plausi in tutti i casi, crasi, l'apprensione sulla bici, l'oppressione, la cessione, fissazione, la finzione, l'immortale immortalato, fatiscente obnubilato, del per sempre relegato, in bella mostra il delegato, compri due non resta niente e ne gioverà l'assente, campo lungo, dissolvenza e titoli di coda.
19 marzo 2012
tutto scritto
Dei sentimenti che rimbalzano, e in venti minuti le lacrime inaspettate, ai libri e alle parole, i pensieri si rincorrono e la somiglianza fa male, soprattutto per il finale, ricordi, immagini, sensazioni, scorrono i frame, le lacrime rendono difficile la visione, sussulti al cuore, e malinconia che affonda nel gelato al cioccolato, struggente e insopportabile, e sembra così vero, sangue e asfalto e gli occhi fissi al cielo, devasta dentro e angoscia.
Si sceglie, a volte di soffrire meno, altre di farsi ancora più male, oppure il silenzio, la meditazione o anche il vuoto, è già una risposta, perchè non ci sono parole e non potrebbero essercene, ma era già tutto scritto, niente stupore, è primavera e ho mal di gola, e allora me ne vado a correre.
Si sceglie, a volte di soffrire meno, altre di farsi ancora più male, oppure il silenzio, la meditazione o anche il vuoto, è già una risposta, perchè non ci sono parole e non potrebbero essercene, ma era già tutto scritto, niente stupore, è primavera e ho mal di gola, e allora me ne vado a correre.
14 marzo 2012
Nella voce del mattino
I riflessi nelle vetrine e l'isola, testiere e testate, l'erba al muro che in realtà assomiglia più a chiome di alberi di una foresta in una visione dall'alto, il verde e il grigio, le lampade da terra al soffitto ma con le luci spente, il posteggiatore sparito nel nulla come la porzione di patatine fritte, urla e strepiti ad un passo per il re pallone, il ghiaccio alla sedia di ferro e nelle spalle di Momò, la cacciatrice di Santorino ha gli occhi che ridono e sfoglia gaudente le pagine del suo libro, timidi accenni e frasi smozzicate, la scuola, l'estate, le isole e gli agganci, quel professore morto come Franz e i ragazzini di oggi che parlano come automi, la pagnottella ripiena che appare un miraggio allo stomaco urlante e il rosso che sa di cioccolato di Noto, non cade una goccia d'acqua e le navi immobili, eppure si tratta di un varo e si festeggia a coca zero, come lo zero a cui ci si approssima e il ventiquattro appare ancora lontano... non resta che Doisneau e l'emulazione, si sente vibrare anche in lontananza, nei messaggi criptati e silenti, nel buio con i suoi rumori e nel ticchettio pressante e misterioso, nello specchio del caffè, nell'attesa del giorno, nella voce del mattino.
09 marzo 2012
Le cose accadono
Le cose accadono, si può rimproverarsi, si può prendersela con se stessi ma lo stato delle cose non cambia, l'amico che te l'aveva detto, i buoni propositi, la fermezza, la consapevolezza, ci sono cose che il cuore non intende, cose che vanno al di là, non c'è rimedio, ci si può ostinare e cercare di resistere, si può far finta di non capire, di non vedere, quando l'acqua sale avviene la tracimazione, gli argini non bastano, non serve opporre dighe, la natura fa il suo corso e la piena non la puoi fermare, come un cuore in tumulto, come il sentimento che ti attanaglia, ti opprime e ti soffoca, e più della chimica, dei segnali sotterranei, è qualcosa che ti prende e ti rovescia come un calzino, è uno tsunami, non lo fermi, non puoi difenderti, resti inerme e soccombi, e genera incomprensioni e sofferenze, e non avresti voluto, e vorresti che nessuno ne fosse coinvolto, ma non è mai così, la tua felicità passa necessariamente per l'infelicità di qualcun altro, e non puoi farci niente, semplicemente bisogna accettarlo, e passi i giorni col magone, soffrendo come un cane per il dolore inferto, per le sofferenze riflesse, e ti dici che puoi farcela, che puoi rinunciare, che farai un passo indietro, ma è la tua occasione, la tua rivincita sulla vita, sulle tue convinzioni marcite nel tempo, e passano i giorni e senti che cederai, che il terreno sotto ai piedi non ti regge, e cadi e cerchi di rialzarti, ma i giorni non ti aiutano, il tempo non ti aspetta, e cadi, rovinosamente, e soffri, e pensi agli altri ma il tuo cuore urla e non vuol saperne, e allora pensi che doveva accadere, che la vita va come deve andare, molli gli ormeggi e navighi a vista, tra tempeste e uragani e poi il sereno e poi ancora tempeste, e urla e grida, e sentimenti gocciolanti, e rabbia e clamore, e gioia e amore e lacrime e tormenti, il cuore che ti scoppia e la testa che duole, e non puoi rinunciare, non ce la puoi fare, e diventa bisogno e diventa dolore e infinito amore e non t'importa più nulla se non guardarti allo specchio e vederla e sentirla, le stesse emozioni, gli stessi sentimenti, le stesse lacrime, lo stesso amore.
06 marzo 2012
Forse vado
Sta tutto qui, nella possibilità di scrivere tutto e il suo contrario, alti e bassi, stretti e larghi, con annesse le istruzioni per curare il dolore dell'anima... la saggezza di corpo e mente... la corsa liberatoria, appagante, ma non per tutti... dalle arance che non necessariamente esclusive al perchè essere felice se puoi essere normale... passando per lo stress esautorato e dovunque tu vada ci sei già... parole libere, flussi notevoli di lettere in fila, sparse e giocose, poi si è sempre in tempo per l'incubo ricorrente, corsi e ricorsi, chi vuol capire capisce, ciò che neanche chi scrive... chilometri e sole, venticello, sudore, penso, rimugino, rivango... perchè non si può dire in libertà quello che si vorrebbe? Perchè lasciare scorrere il tempo, il pentimento in agguato rende sterile le prove... vorrei andare, forse vado, aspetto ancora un po', di che lingua parlare, di che costumi... arrovellarsi è inutile, anche controproducente forse, intanto il lavoro marcisce nel nulla più totale in attesa di risvolti, riscontri, insediamenti, trapassi, trasassi, compassi e compattatori... io mi illudo di vedere la fine del tunnel e mi crogiolo nella sensazione di comunicarlo e convincere chi mi sta accanto.
05 marzo 2012
Carta straccia
Sfilano, certi, sicuri, sono gli anni che vanno via, implacabili, incessanti, il tempo non ti aspetta non ha tempo, le decisioni del cuore diventano improvvisamente carta straccia, buona al massimo per la carta pesta e il camaleonte senza zampe, a sbagliare ci sarebbe tempo ma la regola non vale in tutti i casi e questo più che un caso parrebbe un casino, i sogni generalmente si dovrebbero fare mentre si dorme, quelli ad occhi aperti non valgono, non fanno testo, al massimo qualche disegno nell'aria, tolgo il chiusino e l'acqua prende lentamente velocità in un gorgo concentrico che si porta via timide illusioni, resta il bianco sulla barba e i radi capelli, per la prima volta dopo anni sento che non so dirigere più l'orchestra, i musicanti non seguono nemmeno lo spartito e il pubblico si agita nervosamente, forse chiederanno un rimborso, forse sarà un fallimento, di certo l'ultima rappresentazione.
03 marzo 2012
Il tempo segnato
E poi si stringe tra le mani il frutto, o quello che si crede tale, appiglio necessario per non scivolare nella follia, cercando, bramando, tremando, stupore prima orrore dopo quando lo si credeva perduto, tuffo al cuore e sollievo, era soltanto smarrito agli occhi e alla mano per un breve tratto, e di simile fattura, contrario e uguale, nel sentimento e di pari follia forse, ma un gancio è tale e serve, di ceci riluttanti e pane all'anice, urla sul viso e paura, e poi si cede, nessuno può permettersi il giudizio nè tanto meno un consiglio azzardato, chi è fuori non capisce, non può, forse altri sentimenti generano e l'invidia e la cattiveria, in pantomima danzante, un solo dolore vero e da rispettare, una mano tesa che non sortisce effetto, nulla può, potrebbe, potrà, non c'è rimedio, nessun prodigio, nè santi protettori o vendicatori, quello che sente il cuore nessuno può udirlo o modificarlo, e due è sempre meglio di uno, gli uccelli della solitudine alti nel cielo non depositeranno le loro uova di pietra nel cuore di nessuno, fa capolino il sole e in sequenza una strana nebbia, le piste deserte e buie conservano il loro segreto, corro tra i sentieri, il cuore in gola e le canzoni di Dalla in testa, è andato via anche lui adesso, groppo in gola e lacrime, per il tempo segnato, per il tempo passato, non più la pelle mangiata alle dita scarne, il volto sofferente dello stress e lotta e insiste e non si lascia sopraffare.
27 febbraio 2012
Torna, ma non è mai andato via
Arriva, arriva sempre, puntuale, io l'aspetto, camminando sul lungomare di Puerto Madryn osservando le evoluzioni della balena franca austral, o mentre i raggi tiepidi inondano il mio viso e il bicchiere di Malbec, seduto sul ciglio della Ideal, da un lato Cancún e dall'altro Mérida e il suo caldo infernale, arriva tutti gli anni, si annida, silente, strisciante, con gli spruzzi sul viso nella lancia sul Sumidero, o tra l'acqua che si riversa dalle cataratas de Iguazú, al café con piernas de Santiago o al café Opera di Antigua, io lo sento arrivare, aspetto, immobile e pronto ad accusare il colpo, cerco tra le pieghe della mente, sfoglio ricordi e fotografie, arriva in un groppo alla gola, un mancamento, le ruote di un pullman con la tabella Salvador, con le immagini di un film e la canzone di Carla, col vento tra i capelli, il vento del sud e la faccia bruciata, nel succo dolce dei fichi d'india di Zacatecas, nei colori degli universitari in festa nella sfilata di La Paz e nel panico nella miniera di Potosì, nei canti e nelle musiche andine, torna sempre, a volte arriva con le lacrime, l'emozione, è come se entrasse nelle vene, ma è già lì, è parte di me, torna, ma non è mai andato via, è intriso di malinconia e linee di tristezza, di vita e di allegria, e ne patisco l'assenza, necessito la presenza, per poterne parlare, per poterne gioire, per dare un senso alle cose e riprendere a viaggiare.
Il cucchiaino serrato al palato
Nel nero speziato di mare si agitano amanuensi fragori di pasta, al bianco vibrante di porcellana si impongono con vigore e stridore frammenti di seppie, la polvere di pistacchi spezza l'incantesimo complice Urra di mare, il nero dei capelli si confonde e infonde certezze, di presenze, di sentimenti, di complici sentori. Gli occhi semichiusi e il sorriso accennato, il cucchiaino serrato al palato, le smorfie di piacere, i sensi appagati, una lacrima solca il viso densa di gratitudine e soddisfazione, di prove superate... la composizione, gli odori e il sapore in un gioco di squadra, dritti alla meta, spettatori paganti e non, lasciano scrosciare gli applausi in un tripudio di colori e festa, il video rimanda immagini violente, di tristezze e malinconie, di adolescenze spezzate e bambini perduti, le musiche struggenti recitano nel contorno, il porto bianco deserto di barche e navi, freddo e corposo agita le menti, le mani e i pensieri, braccia e corpi, suadente, evanescente, cioccolato nero e scorze d'arancia, la monoporzione di spagna e il cointreau ammiccante, subbuglio e pietanze, piatti e calze, scarpe e bicchieri, fondersi nel fondente di zucchero e di cioccolato fondente, di anime e sguardi, parole ripetute nel tempo, la francese che ascolta col gatto in grembo e la televisione che urla, il freddo alla pioggia improvvisa e le foto rubate, di non volere andare, di non volere sempre e solo ricordare.
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